Potremmo dire che la M è la lettera dell’amore.

   M di MiaDi,  M di Meyer


   Ed anche e soprattutto M di MAMMA.

   Oggi inauguriamo un nuovo spazio, che si tinge di rosa

   e si colora delle parole che solo una mamma può usare.

 


 

Mia e Dimitri.

Abbiamo parlato di loro e delle loro mamme.
Monica e Vania.
La storia di questi bambini può essere la storia di tutti i bambini.
La storia di quelle mamme può essere la storia di tutte le mamme.
La paura. Il dolore. La malattia. L'ospedale. La speranza. L'amore.
Cos'è una mamma?
Una mamma é la presenza. É la forza nella paura, é l'io ci sono, é il non ti lascio solo.
Cosa sente una mamma nel momento in cui il proprio bambino é in pericolo?
La voglia di proteggerlo.
La voglia di curarlo.
La voglia di fare il meglio.
Quante mamme ogni giorno fanno questo. Mamme che, come le nostre mamme di MiaDi, nel Meyer hanno trovato il loro alleato principale. Hanno trovato il conforto, la professionalità, la competenza, l'accoglienza. Hanno trovato, non solo medici eccellenti, ma anche braccia aperte.
E quando si è mamme, lo sappiamo bene cosa si prova.
Si corre per una sbucciatura ad un ginocchio, ci dispiacciamo per un mal di gola, ci facciamo prendere dall'ansia per una febbre alta, ci copriamo di lacrime per un braccio rotto.
Essere mamma è esserci sempre, sempre e comunque, sempre e malgrado.
É provare a tenere in braccio il nostro bambino, contro tutto e contro tutti.
A volte essere mamma é anche esser costrette ad attendere. Ed é così per le tante mamme i cui bambini sono ora in ospedale, quelle mamme che continuano a sperare, che continuano a proteggere il loro piccino malgrado non sia più tra le loro braccia.
Quelle sono le mamme che vegliano.
Le mamme che aspettano.
Le mamme che pregano.
Le mamme che amano.
Quelle sono le mamme che passano la notte accanto a dei lettini, con le ciabatte ai piedi e con gli occhi stanchi.
Quelle sono le mamme immobili in una sala d'aspetto, coi capelli spettinati ed il cuore in gola per un bagliore di luce.
Quelle sono le mamme che come le mamme di MiaDi hanno provato a fare tutto e ci hanno messo l'anima nella loro speranza.
Monica e Vania sono mamme felici, ora.
Mia e Dimitri sono bambini felici, ora.
Non tutte le storie hanno un lieto fine, non tutte le giornate nascono col sole, non tutti i bambini hanno una foto del prima ed una del dopo, non tutti i bambini tornano a casa.
Che fare, allora?
Noi mamme, che dobbiamo fare?
Si può solo continuare a sperare e cercare di far sì che certi luoghi di cura e di amore e competenza come il Meyer abbiano sempre più spessore, abbiano sempre maggiori possibilità di crescita.
Basta guardare Mia e Dimitri.
Basta una dose infinita di amore.
Ma sopra ogni cosa basta una M.
MiaDi.
Meyer.
Mamma.


 

Aveva 8 giorni Dimitri quando é stato operato.
Lui é l'altro pezzo di MiaDi, l'altro battito del cuore.
Mia e Di..mitri.
Otto giorni ed una gran voglia di farcela,quando i suoi genitori si accorsero che c'era qualcosa che non stava andando come avrebbe dovuto.
Otto giorni Dimitri, uno scricciolo con la forza di un guerriero.
Dimitri, un'operazione e tanta speranza.
Vania é la sua mamma e ricorda la paura. Di chiedersi se fossero arrivati in tempo, di non avere aspettato un secondo di troppo, di avere fatto tutto il possibile. Vania   ricorda l'attesa fuori dalla sala operatoria ed il chirurgo che finalmente uscì con un sorriso.
Un sorriso che regalava Dimitri alla speranza.
Poi ,25 giorni di terapia intensiva.
Vania mi parlava ed io pensavo.
Pensavo che cosa mai si debba provare quando un bambino non é più tuo e ti viene strappato, non solo dalla pancia, ma nell'arco di otto giorni, anche dalle braccia.
Leggevo nelle sue, le parole di una mamma che ancora si domanda se ha fatto tutto ciò che avrebbe potuto, se ha fatto abbastanza in quei giorni trascorsi al Meyer. Perché Vania é una mamma ed anche il tutto non é mai abbastanza.
Si divideva Vania, tra Dimitri e Matilde, la sorellina rimasta a casa e che sopra tutto andava protetta.
Si tirava il latte perché lui potesse averlo, ogni tre ore come se Dimitri fosse nella culla accanto a lei, come se Dimitri fosse attaccato a lei. Non c'era, invece. Ed al suo posto c'era tanta paura di non farcela, di non riuscirci. Mai poi c'erano anche quelle infermiere e quelle parole: "ce la farai".
Ha voluto crederci Vania, perché quel bambino era il suo ed ha voluto credere che lo avrebbe allattato ancora, che lo avrebbe portato a casa.
Ha voluto credere alla gentilezza di quei dottori, all'amore ed alla professionalità di tutti quei dottori.
Un mese in bilico, tra la paura e  la preghiera, tra la voglia di piangere ed anche il sentirsi fortunati di fronte alla speranza che cresceva.
Ma anche un mese circondati da una famiglia speciale, quella del Meyer.
Dimitri oggi ha cinque anni è bello, forte e sano.
Vania ci ha regalato questa foto e nel momento in cui l'ho vista ho immaginato quel giorno, quando Vania ha riportato a casa il suo bambino.
Ho immaginato i pugni forti di Dimitri a stringer le dita del suo babbo Tiziano ed ho immaginato l'abbraccio forte attaccato alla sua mamma.
Penso di sì. 
Penso che si siano abbracciati forte Vania e Dimitri e guardandoli oggi ho capito che, in fondo, non hanno mai smesso di farlo.

  



Incontriamo Monica, mamma di Mia. La M che ritorna. Ancora.
Mia è assieme a Dimitri il cuore di MiaDi.
Mia oggi ha 4 anni ed è una bambina bellissima. Ma quando ne aveva appena uno ha avuto dei grossi problemi, problemi che sono stati curati, affrontati e guariti all’ospedale pediatrico Meyer. Da qui il desiderio dei suoi genitori di restituire qualcosa, un po’ dell’amore ricevuto.
Monica fa ancora fatica a parlare della sua storia. Ma ci prova a farlo, prova a farlo per MiaDi, prova a farlo per la speranza.
Mi colpisce la prima cosa che mi dice: se non ci fosse stato il mio compagno Francesco, io non ce l’avrei mai fatta.
Ho sorriso, quando me lo ha detto. Ho sorriso ricordando qualche mese prima, quando incontrai per la prima volta Francesco che mi disse la stessa cosa di Monica.
In un momento di grande dolore, ecco l’amore che si fa riconoscere.
Lui riconosce il valore di lei, lei riconosce il valore di lui, entrambi riconoscono il valore del Meyer.
Monica ha sempre gli occhi lucidi quando parla di Mia. Ricorda il Natale trascorso all’ospedale ed i medici con i cappelli rossi. I regali e le calze colorate per il giorno dell’epifania.
Ricorda anche le cure, la chemio, le volte in cui addormentavano Mia e lei non riusciva a guardarla.
Ricorda tutte le lacrime che ha versato, ed un medico che ogni mattina passava da lei e senza dir niente le porgeva un fazzoletto. Un fazzoletto ed un sorriso, che valevano più di un abbraccio.
Ricorda sua mamma Monica. Che ogni mattina si presentava nel cortile dell’ospedale e aspettava che lei si affacciasse alla finestra per capire come era andata la notte.
Ricorda gli infermieri dai camici colorati, che anche se non erano dello stesso reparto, avevano sempre una parola di conforto.
I mesi sono passati e per ogni giorno che passava Mia rifioriva.
I capelli crescevano e la speranza diventava più forte.
Resta molto di quei mesi passati. Resta l’aver ricevuto la grandezza in un momento di estrema fragilità. Resta il non essere stata sola nel momento della paura. Resta il coraggio ricevuto, quando il cuore tremava.
E sopra ogni cosa resta la promessa che Monica fece a se stessa non appena entrata all’ospedale Meyer: uscirò da qui solo con lei.
Perché una mamma è una mamma e quella bambina è solo sua.
Anzi, nella specie, Mia.